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Pare che Jarry, il fondatore della patafisica, dopo aver sfogliato alcune pagine del manoscritto di In cuniculum che un Lapin annichilito dalla soggezione gli aveva sottoposto, avesse sentenziato: “Questo è il tipo di libro che mi aspetterei di trovare nella biblioteca del Brucaliffo.” Con questo volume la Carmelina offre la prima traduzione italiana di ciò che è sopravvissuto di quell’irripetibile diario di una creatura fantastica, dopo che Lapin ne bruciò la gran parte a Ibiza, il giorno di capodanno del 1985. “Tizzoni”, così Lapin chiama le pagine sopravvissute a quel rogo, pagine che sono infatti ustionate dal contatto con il fantastico e con l’incubo, nelle quali il lettore in- contrerà la bizzarra tribù di Lapin: pupazzi ventriloqui, fischietti, lepòradi (cu- riosi esseri nati da un refuso sulla parola leopardi), padri degeneri che incitano il proprio figlio all’assassinio e al colpo di stato, vampiri tirolesi, cani, tamburi, nacchere, ossa che scricchiolano, artigli di gallina, testimoni estremi di un ince- nerito mondo delle meraviglie. Il volume è arricchito da una nota del traduttore Angelo Angera (massimo esperto italiano di Lapin), da alcuni disegni di Hannes Pasqualini e da una pic- cola scelta di scatti a Lapin di Marco Belli.
Un esemplare di tocororo, uccello sacro, simbolo di Cuba, è stato avvistato a Ferrara. Federico, giovane ornitologo alle prese con una burrascosa storia d'amore e Pasquino, vigile urbano che sogna di fare il poeta, vedranno la loro vita intrecciarsi a quella del colorato pennuto caraibico, proprio mentre il vecchio mondo sta per essere sommerso.Ferrara diventa un'isola, senza elettricità e acqua corrente, i suoi abitanti sopravvivono grazie al baratto. Incalzati da un ultras livornese che in sogno ha avuto la visione di riportare il tocororo a Cuba da Fidel Castro, Pasquino e Federico partono sulla barca "Erodoto", seguendo i venti, come antichi esploratori.
Durante l'odissea incontrano pirati corrotti, guarnigioni di sanguinari curdi, clandestini trucidati, marines, spacciatori colombiani, amazzoni tailandesi che governano un atollo, personaggi dello spettacolo cannibali, un sadico generale a capo di un esercito irregolare di skinheads, fascisti di vecchia data, mercenari tantrici, e un famosissimo cantautore italiano che ha perso la memoria ed è diventato un menestrello alcolista.

Rielaborazione in chiave gay del “Dottor Jekyll” di Stevenson: questo scabroso “racconto morale”, un noir esistenzialista che non teme di sfiorare la pornografia, è ambientato nella Ferrara post-bassaniana, con numerosi sconfinamenti fuori le Mura, dalla prima periferia cittadina al Lido di Classe, da Bologna al Polesine.

Sexy-shop di provincia, ronde di proto-nazisti, furti di biciclette, emarginati sociali, dirigenti lobotomizzati, elezioni comunali, risse alla sarda, terribili film hollywoodiani, alani anarchici, badanti della Pridnestrovie. Il terzo episodio della saga malatestiana si presenta come un caleidoscopio colorato e irresistibile che, ancora una volta, cerca di mettere in luce gli aspetti più nascosti di Ferrara. Siamo in gennaio. Sul retro della multisala cinematografica CineBanana's viene ritrovato il cadavere di una donna affetta da nanismo. Apparentemente sembrerebbe un terribile incidente, ma l'accaduto viene strumentalizzato dai mass media e dalle istituzioni per aprire una campagna di discriminazione contro gli immigrati che vivono nei paraggi del cinema. L'ispettore Pietro Malatesta, outsider anarchico della polizia, verrà incaricato di seguire le indagini. Nuotando controcorrente, come suo solito, si scontrerà contro tutto e tutti, per cercare di portare in luce la verità e per coltivare un nuovo amore giunto dall'Europa dell'Est.





Agli inizi dell’Ottocento erano pochi gli europei in viaggio in Egitto che, risalendo il Nilo, avevano superato l’isola di File. Nessuno si era mai avventurato più in là di Derr, allora capitale della Bassa Nubia. Carlo Vidua (1785-1830), il viaggiatore più intrepido dell’Ottocento, compì quell’impresa: il suo viaggio in Egitto è un capolavoro. Vidua arrivò ad Alessandria il 27 dicembre 1819 e ripartì dall’Egitto il 12 agosto 1820. Simile all’ufficiale di marina Frederick Norden, Vidua viaggiò sul Nilo in battello. A differenza di Norden, che non lo lasciò mai, limitandosi a osservare da lontano con il cannocchiale i monumenti nubiani, Vidua visitò il tempio di Abu Simbel, facendo accurate esplorazioni, sfidando i coccodrilli, armandosi fino ai denti per contrastare gli attacchi dei banditi. Vidua visitò i templi, facendone per primo una puntuale descrizione degli esterni e soprattutto degli interni. I suoi taccuini di viaggio conservati all’Accademia delle Scienze di Torino, inediti, raccontano quell’incredibile avventura ad Abu Simbel, iniziata all’inizio del marzo 1820 e proseguita in quattro intensi e proficui giorni tra il 24 e il 27 marzo 1820. Vidua eseguì disegni esterni di notte, alla luce della luna, per difendersi dal caldo e fece lunghe visite all’interno del tempio.
Da Atene, il 1° aprile 1821, Carlo Vidua scrive a suo padre Pio Vidua, figura di primo piano nella corte del Regno di Sardegna: «Le raccomando l’unito foglio a Cesare Saluzzo per l’affare del museo Egiziaco. Spero aver reso un servizio al nostro paese, inducendo il sig. Drovetti a lasciare le trattative già molto inoltrate colla Francia, e a preferire la sua patria per l’acquisto del suo museo veramente unico. – Ho ricevuto un sì decisivo. Questo affare è stato interamente immaginato da me».
Che cosa vuol dire prendere la parola in filosofia? E in nome di che cosa lo si fa? Davvero il filosofo potrebbe svolgere tra sé e sé e in silenzio il filo dei propri ragionamenti senza affidarsi alla voce? O, più in generale, c’è pensiero al di là delle voci? Il pensiero parla a partire da un’afonia insuperabile, da qui la pausa, l’interruzione, il taglio caratteristici di ogni voce filosofica. E tuttavia la filosofia non può ormai che prendere atto che questa afonia non è niente e che soprattutto non garantisce al pensiero alcuna autonomia, autosufficienza o protezione. La voce del pensiero è anch’essa voce tra le voci. Nel farsi di tutti i rumori del mondo, essa non si sostituisce a nulla e a nessuno, e neppure parla per qualcosa o per qualcuno. La peculiarità di questa voce è di chiamare le altre voci – parlare “dando voce” alle cose, dunque. Così con l’esercizio del pensiero ne va ogni volta dell’in comune e di ciò che della democrazia resta incompiuto.

Chiunque vorrà inviarci in visione i propri manoscritti è invitato a farlo,
seguendo poche ma importanti regole
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