Da Estense.com (28/11/2009).
Questa sera, sabato 28 novembre, alle 19.30, presso la libreria “La Carmelina”, via del Carmelino 22, Ferrara, si terrà la presentazione del saggio di Alfonso Cariolato Dare una voce. La filosofia e il brusio del mondo (ed. La Carmelina, 127 pp., 11 fotografie, 13 euro).
L’autore, che parteciperà all’evento, è da anni impegnato in un tentativo filosofico tra i più importanti nel panorama italiano (intrecciando un fitto dialogo con l’opera di pensatori decisivi della contemporaneità, tra cui, su tutti, Jean-Luc Nancy) che cerca di mettere in opera un pensiero della finitezza, espressione che non si deve intendere attribuendole alcuna inflessione rinunciataria o peggio luttuosa, ma che va riferita allo spazio di una sperimentazione in cui la riflessione si espone sul limite, si fa evento e creazione, affermazione che ha ormai dimenticato la tentazione di superare le cose del mondo riferendole ad un Senso infinito, e si sa invece aperta al mondo nella sua assoluta ricchezza, palpitante e costitutivamente plurale.
Questo libro di piccolo formato, la cui lettura sa offrire al lettore il prezioso dono dell’estraneità e dell’uscita verso il nuovo (il riferimento al titolo di un testo di Jabes fa cenno ad un altro nome che entra a pieno diritto nella costellazione di riferimenti di Cariolato) rappresenta un’ulteriore tappa nel tracciato di un pensiero della finitezza, a partire da una questione che potrebbe riassumersi in alcune domande: cosa significa per un filosofo prendere parola? Che rapporto c’è tra voce e pensiero?
Si potrebbe dire che il testo giri intorno alla cruciale interrogazione sul senso (quali condizioni rendono possibile la formazione del senso, esiste un senso dato e afferrabile, un significato o una serie di significati ultimi a cui ricondurre le nostre esistenze?) mostrando come tale questione vada affrontata facendo deflagrare il termine ’senso’ attraverso il riferimento anche al suo significato corporeo.
Il corpo della voce – analogo discorso andrebbe fatto per il corpo del testo scritto – ha una sua grana, implica rimbalzi d’aria, respiro trattenuto. “Per questo la voce dice – prima ancora di qualunque senso o significato (o comunque insieme a ogni senso e significato), e dopo (al di là di) qualunque partecipazione della parola umana a oscillazioni ritmiche, sillabe sacre e canti primordiali – la finitezza del parlante”. Il luogo del senso è esattamente in questo prodursi della voce che nessun significato ultimo potrà mai appropriarsi, ma su cui il pensiero deve aprirsi sempre di nuovo. “In un certo modo, pur illudendosi a volte del contrario, la filosofia vive di respiri tronchi, mormorii e grida, i quali, incidendo il pensiero, lo spingono ogni volta a staccarsi, a smuoversi da ogni fissità. Si dà pensiero solo in un continuo, quotidiano perdersi” dove con perdersi si può intendere un affermarsi non chiuso in sé, ma spostato sempre altrove, senza protezioni, nell’evento del mondo, in cui, come dice Arendt, non abita l’Uomo, ma la pluralità degli uomini. Ecco dunque che il luogo della voce, dato che mai ne esiste una totalmente isolata e che ognuna sempre è provocata da altro, è necessariamente il luogo delle voci, le une esposte alle altre, tra le altre, dislocate rispetto a sé, nel domandare e nel rispondere, nell’echeggiare ciascuna tutte le altre, singolari e plurali insieme. Rispetto a ciò, da parte sua certo il filosofo parla sempre un po’ discosto, interrompendo il flusso ordinario dei discorsi per gettare su di essi uno sguardo che li interpelli (interrogando per es. il poeta o in generale i parlanti), ma, mostra Cariolato, facendo questo subisce dal proliferare delle voci un contraccolpo, ne viene toccato, alterato. Il pensiero si apre a ciò che lo eccede e la fedeltà a questo eccesso sembra essere il compito della filosofia: non coprire le voci, non tradirle trascendendole in una identità garantita da significati ultimi, ma “dare voce”, ossia fare risuonare la plurivocità degli esseri.
Uno dei grandi meriti del libro di Cariolato risiede nel fatto che quanto afferma lo realizza in atto, pagina dopo pagina, risolvendo la tesi del testo in gesto, stile. In un certo senso si potrebbe dire che l’autore nello stesso istante scriva una partitura e la esegua, procedendo con l’andamento inventivo e in ascolto tipico dell’improvvisazione musicale. Coerentemente con l’assunto di fondo secondo cui il senso è inesauribile e circola tra le voci singolari e aperte in comune, il pensiero di Cariolato infatti non si affida ad un apparato teorico in cui le sue parole di filosofo padroneggino da un piano di superiore distanza le altre voci, ma con altre dialoga, entra in contatto e si intreccia, facendo del libro un luogo di incontro senza gerarchie, a cui partecipano Socrate e la sua voce interiore accanto a Patty Smith (l’esergo è tratto dal suo brano Notes to the future), Platone nel suo confronto con la voce dei poeti a fianco dell’artista contemporaneo Cy Twombly, Aristotele che analizza la specificità della voce umana e Jack Kerouac (di cui è riportata una pagina su cui Cariolato ritma l’ispirata coda del suo volume).
Tale andamento sincopato, mosso su diversi registri e timbri, allude ad una concezione aperta della comunità e chiama direttamente in causa l’esigenza politica di una democrazia radicale in cui le voci degli uomini non siano soggette ad alcuna finzione identitaria e alle violenze che questa esercita sulla singolarità finita che ognuno è. Una prassi politica che inoltre sottragga spazi al predominio dell’equivalente generale del capitale e che lo sostituisca con un’uguaglianza dei differenti, nell’ottica di una giustizia sempre da costruire.
In conclusione merita una nota l’effetto straniante ed evocativo dato dalle fotografie fuori testo di Michela Agostini, opere che ritraggono da vicino cortecce e tronchi d’albero, a ricordare forse (ma ormai sappiamo che il senso è sempre molteplice) che sulla superficie del mondo echeggiano suoni e silenzi non solo umani, che dell’umano aprono l’orizzonte e di cui la responsabilità del pensiero deve farsi carico. Se la filosofia mette in causa la democrazia, quest’ultima va intesa anche come ecologia, in un significato tutto da inventare. Insomma, il mondo intero convocato in un libro di piccolo formato.
Chiunque vorrà inviarci in visione i propri manoscritti è invitato a farlo,
seguendo poche ma importanti regole
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