Da Il Giornale di Vicenza.it (19/12/2009); di Sergio Soresi.
Che cosa significa per un filosofo prendere la parola, dare voce a un pensiero? Con l'ultimo suo libro, Dare una voce. La filosofia e il brusio del mondo (Linea BN - La Carmelina edizioni, Ferrara), Alfonso Cariolato affronta questi interrogativi, e lo fa mettendo alla prova l'intero suo percorso filosofico. Si tratta di un testo costruito su più livelli e registri.
Ogni voce, infatti, ha qualcosa della voce del supplice e "la voce del supplice è una sorta di metonimia dell'esistenza nuda" poiché mostra che tutte le voci, dal vagito del neonato fino al gemito del morente, sono sospese sul nulla, poste solo dal loro articolarsi insieme e con ciò sottratte a una presunta stabilità, sempre esposte fuori di sé. Così, in questo tascabile - che sarà presentato oggi alle 17.30 alla biblioteca Bedeschi di Arzignano, presente l'autore in dialogo con il giornalista Ivano Tolettini - si può leggere l'intera filosofia di Cariolato.
Essa muove proprio da questa condizione di finitezza del pensiero e dell'esistere. Il finito è ciò che dipende da altro. L'esistenza - come il pensiero - (ogni esistenza: la nostra, quella di una pietra, di un albero o di un gatto), è posta da un movimento, che si costituisce attraverso una molteplicità di relazioni, che nel momento stesso in cui la pone la lascia sempre priva di qualsiasi assicurazione e stabilità, priva di quella fissità cui la nostra rappresentazione ci abitua. Ogni esistenza non è che questa posizione che sempre ci sfugge e sempre, nel suo eccedere la nostra rappresentazione data, ci tocca.
Il filosofo francese J.-L. Nancy caratterizza il pensiero di Cariolato come un pensiero turbato dalla cosa. Ciò tuttavia non è da intendersi nel senso di un disagio che determinerebbe il pensiero finito a partire da un qualcosa di perduto verso cui provar rimpianto o nostalgia. Non si tratta di un pensiero in lutto per un senso su cui l'esistere si sarebbe potuto adagiare. Il pensiero turbato è, certo, un pensiero coinvolto nel continuo dissolversi del senso che sempre conferisce direzione al nostro vivere, ma esso è agitato, mosso proprio da ciò che si mostra di volta in volta inappropriabile da quel senso: questo pensiero è toccato, colpito da un eccesso sul senso dato come lo siamo, per usare un'immagine cara all'autore, quando in un ordinario mattino di primavera ci imbattiamo in un pesco in fiore.
È in questo inappropriabile che il pensiero si mette alla prova, si sperimenta. Per Cariolato il pensiero è sempre esperienza; ossia è innanzitutto una pratica, gesto, o - come dice ancora Nancy - una "messa in opera".
Le analisi che Cariolato in questo libro offre della voce, del suo corpo, della sua grana, come del suo non essere mai una voce autistica, chiusa su di sé, ma sempre una convocazione di voci plurali e singolari (qui quelle di Patti Smith, Platone, Aristotele, Cy Twombly, Kerouac, Beckett, ma si potrebbe protrarre la lista coinvolgendo il "niente di voce", il brusio delle cose che accompagna sempre ogni voce, come la voce senza respiro del masso che cade, quella di un torrente in valle), ci mostrano che il linguaggio non è mai uno strumento neutro e trasparente di comunicazione.
Prendere la parola e dare voce a un pensiero per un filosofo significa dunque articolare e insieme impegnare il pensiero nella grana della parola e nella convocazione di voci che la costituisce in modo da fare di questa parola il terreno di un'esperienza di pensiero: il luogo in cui, com'è stato intelligentemente notato, la scrittura/lettura della partitura del pensiero procede insieme alla sua esecuzione nell'"andamento inventivo e in ascolto tipico dell'improvvisazione musicale" (M. Perin).
Chiunque vorrà inviarci in visione i propri manoscritti è invitato a farlo,
seguendo poche ma importanti regole
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